Missione di Lare (Etiopia)

 

MISSIONE  DIOCESANA  DI  LARE  – ETIOPIA – 

Villa Poma 2 Ottobre 2014 : Don Matteo parla alla comunità  villapomese all’Anspi.

Don Matteo prima di riprendere il viaggio per ritornare nella “sua” missione ha trovato il tempo di incontrare i suoi compaesani  per presentare la realtà della Missione di Lare. Usando slide, ha proiettato i presenti in una realtà molto lontana che ci fa sentire sempre più “privilegiati”. Bellissime le immagini di tramonti, di pésca dal sapore antico, di animali, di quotidianità a noi lontane…, ma … “che fortuna poter scegliere il marito e non dover essergli data in cambio di mucche!”, “che fortuna sentire di guerre e non viverle vicine”…  Che dire poi della cultura diversa che può creare ostacolo nella comunicazione, già resa difficile dalla necessità della presenza di un interprete sempre presente?!

In sintesi questi i punti presentati da don Matteo.

Collocazione Geografica:  Lare si trova all’estremo Ovest dell’Etiopia, alla stessa latitudine di Addis Abeba, a 15 Km dal confine con il Sud Sudan. Si scende dall’altopiano etiopico (in media 1800/200 m. di altitudine) verso il caldo della foresta tropicale e della savana. Un grande fiume (Baro, affluente del Nilo Bianco) scende dai monti delle regioni etiopiche dell’IIllubarob e rende il territorio ricco di acque anche nella stagione secca e quindi adatto per la vita seminomade del popolo Nuer, che col succedersi delle stagioni si sposta con il bestiame in cerca di acqua e di pascolo.

Situazione umana e a culturale:  La cultura Nuer è ancora fortemente legata ad una vita seminomade nella foresta, impreparata ad affrontare la nuova realtà di vita nelle città e nei villaggi. Alcuni nodi importanti: l’educazione dei giovani, la poligamia, il matrimonio fondato sul pagamento di un oneroso compenso in vacche alla famiglia della moglie, le regole igienico-sanitarie di base, il valore del lavoro fisico specialmente per i maschi. Dallo scorso dicembre inoltre è scoppiata la guerra civile in Sud Sudan, tra Nuer e Dinka, che  è tuttora in corso. A causa della guerra sono giunti a Lare da oltre il confine 20.000 profughi, soprattutto donne e bambini, che sono confluiti nei campi per rifugiati, allestiti appositamente dall’ONU. A causa della guerra, tutte le famiglie di Lare hanno subito la perdita di parenti stretti che lavorano in Sud Sudan.

Situazione Ecclesiale :  La maggioranza della popolazione Nuer è cristiana e appartiene a chiese protestanti. Attorno alle strutture essenziali della missione (casa parrocchiale, chiesa, sala parrocchiale, strutture dell’ostello), in questi 10 anni è sorta e tuttora esiste una piccola comunità cattolica di circa 70 tra adulti e giovani. La comunità cristiana è fortemente strutturata in gruppi in base al sesso e all’età; anche se è aperta a qualsiasi etnia, di fatto quasi tutti i cattolici di Lare sono Neur.

Ostello per gli studenti :  Fin dagli inizi è la principale attività sociale della missione; in questo anno, oltre a risistemare le strutture si è reimpostata la gestione interna della cucina e della biblioteca, il regolamento per i ragazzi, i criteri di ammissione.  Si è iniziata una collaborazione con la scuola statale frequentata dagli utenti dell’ostello. Gli studenti iscritti al programma, dalla ottava alla dodicesima classe, nell’anno scolastico 2013-2014 erano 36. Molti di loro provengono dal Sud Sudan e ora, con la guerra in atto, l’ostello rimane l’unico punto di riferimento stabile.

Per approfondire in INTERNET: notizie statistiche e geografiche sulla regione (in inglese): http://en.wikipedia.org/wiki/Lare(woreda)

***

Lare  – Pasqua 2014-

Carissimi,

dopo un po’ di mesi arriviamo finalmente con qualche notizia dalla Missione. Non è un vero resoconto, ma alcuni appunti di cose che stanno succedendo qui e che possono aiutarci a rendervi partecipi di quello che stiamo vivendo.

 Rebecca e Isacco

Non parliamo del libro della Genesi, ma di una bisnonna di 70 anni e di un suo pronipote di 7 mesi. Entrambi hanno ricevuto insieme il Battesimo nel giorno di Pasqua nella nostra Chiesa di Lare, appena ripulita e ridipinta.

La celebrazione pasquale del Battesimo di Rebecca e Isacco è stata un momento emozionante per la loro famiglia, ma anche per tutti noi, che in questi mesi abbiamo ammirato la costanza e l’entusiasmo di questa anziana. Ogni sabato pomeriggio Rebecca, sotto il sole cocente, percorreva a piedi i 7 km dalla riva del fiume, dove vive da sola, per raggiungere la missione e seguire la catechesi in mezzo a ragazzini e a giovani mamme. Ed è anche sempre quella più attiva, con domande, osservazioni, aneddoti pertinenti e divertenti che risvegliano gli altri del gruppo, a volte assopiti nella calura pomeridiana. Il piccolo Isacco è figlio di John, un ex studente del nostro ostello, ora impiegato nel settore della sanità e apprezzato da tutti per insolita competenza ed onestà. Insieme a Rebecca e Isacco, altre 3 persone hanno ricevuto il Battesimo e 5 hanno ricevuto la Prima Comunione. Ecco: quando guardiamo alle vicende delle persone, riusciamo a vedere segni di risurrezione e di speranza. E’ più difficile farlo quando si guarda in grande, agli avvenimenti e alle prospettive generali. Dove stiamo andando?

Guerra, rifugiati, approfittatori.

Grazie a Dio, pochi di noi italiani di oggi hanno vissuto direttamente la guerra. Ci è dunque difficile intuire che cosa realmente significhi e tutte le sue conseguenze, anche dopo le sparatorie e i bombardamenti. Certo gli scontri armati sono il primo dramma, tanto più qui in Africa dove si arruolano ragazzini sprovveduti che arrivano dalla campagna e vengono spediti al fronte a sparare a loro coetanei. Noi qui a Lare questa parte della guerra non la vediamo, perché si svolge oltre il confine del Sud Sudan, a qualche centinaio di km da qui. Quello che invece vediamo sono gli occhi dei bambini e delle loro madri che arrivano qui come rifugiati, scappando da quello che hanno visto o sentito raccontare. Sono gli occhi di chi ha l’impressione di vivere un brutto sogno, di chi non si rende ancora conto che tutto il mondo in cui ha vissuto fino ad oggi non esiste più, che da ora in poi sarà sempre straniero ovunque vada. Il loro smarrimento impressiona ancora più del disagio materiale in cui si trovano: a questo si potrebbe porre rimedio, a quello no. E ciò che fa più rabbia è il contorno di persone che approfittano di questa situazione di emergenza pensando ai propri interessi. Ne approfittano le persone che vivono già da anni qui in Etiopia e ora si fanno passare per nuovi rifugiati, iscrivendosi al campo per ottenere una pentola, una coperta, qualche provvista. Ne approfittano i gestori del campo, che non intervengono su questa ingiustizia perché tanto, per loro, più gente si iscrive e più sovvenzioni riceveranno. Che importa se qualche migliaio dei veri rifugiati non potrà ricevere in tempo quanto necessario per sopravvivere. Ne approfittano le autorità e chi fornisce il materiale a queste organizzazioni: quando girano tanti soldi, si sa, nessuno sta a fare troppi controlli su dove vanno a finire. Che importa se ora, a causa del sovraffollamento dei campi e della mancanza di strutture sanitarie adeguate, i bambini piccoli muoiono a centinaia. Anche questo fa parte della guerra.

Vendetta, speranza, riconciliazione

Qualcuno in questi mesi ha soffiato sul fuoco dell’odio razziale per propri obiettivi politici ed economici (il petrolio), ben sapendo che il nostro popolo di etnia nuer ha un fortissimo senso dell’orgoglio e quindi della vendetta per ogni torto subito. Tutto quanto sta accadendo oggi in Sud Sudan è stato deliberatamente voluto e pianificato; le conseguenze dureranno decenni.

Noi quando possiamo chiediamo alle persone di fermarsi, di ragionare e di rendersi conto della assurdità di tutto questo, ma non è semplice. Molti si sentono impotenti rispetto allo spirito di vendetta che impedisce al singolo di usare la sua testa e lo mette in balia del gruppo, dove prevalgono quasi sempre i sentimenti peggiori.

Questa sembra essere la strada della speranza per il futuro: aiutare sempre più persone, specie i giovani, a fermarsi, a riflettere, a informarsi, a capire che cosa è giusto e che cosa no. In questo anche la fede può diventare una grossa risorsa, perché la maggior parte della popolazione del Sud Sudan appartiene a confessioni cristiane. Le diverse chiese, e noi nel nostro piccolo, cercano di dare forza a questi segni di luce e di speranza. Ci sono persone che decidono di fermarsi, di liberarsi dallo spirito di vendetta e di odio per scegliere la via di Cristo, che significa provare a rispettare anche quelli che ci dicono essere i nemici della nostra etnia. Significa non vendicarsi sui parenti di chi ha ucciso un nostro fratello. Significa distinguere tra i diretti responsabili delle violenze e tutti gli altri appartenenti alla stessa etnia. Le persone che partecipano alla vita delle comunità cristiane, i ragazzi che vivono da sei mesi nell’ostello, cominciano a respirare uno spirito diverso. Qualcuno di loro, che qualche mese fa non vedeva l’ora che finisse la scuola per andare a combattere, adesso comincia a dubitare e a chiedersi se sia davvero la cosa giusta da fare. Questi sono gli inizi per una possibile riconciliazione.

Annunciare il Vangelo a Lare, oggi, non può prescindere da questa situazione. Il compito appare molto al di sopra delle nostre forze e capacità. Ci sarebbe davvero da abbattersi e rinunciare: ci mancano la lingua, la cultura, le conoscenze, la preparazione, le capacità… eppure il Signore ci ha messo qui a celebrare la Sua Pasqua. Ci danno forza le parole di Papa Francesco che invita a confidare nel lavoro previo e nascosto dello Spirito: “…il Vangelo risponde alle necessità più profonde delle persone, perché tutti siamo stati creati per quello che il Vangelo ci propone: l’amicizia con Gesù e l’amore fraterno… esiste già nei singoli e nei popoli, per l’azione dello Spirito, un’attesa anche se inconscia di conoscere la verità su Dio, sull’uomo, sulla via che porta alla liberazione dal peccato e dalla morte.” (Evangelii gaudium 265)

La domanda decisiva

Alla fine dunque, arrivati in questo posto lontano da tutto, anche noi ci sentiamo ricondotti alla questione fondamentale e ineludibile: “Credo davvero con il cuore che il Signore è risorto è vivo e opera in mezzo a noi?”.

La risposta non è da dare a parole, ma con la pace e la gioia della Pasqua del Signore che si manifestano nella nostra vita.

Ringraziamo tutti coloro che in questi mesi ci ricordano nelle preghiere e in tanti modi spirituali e materiali.

Ricordatevi anche di Rebecca, Isacco, Giona, Giovanni e Rachele che sono stati appena battezzati.

Buon tempo pasquale a tutti!Schermata 2014-05-06 alle 11.30.17

Don Matteo Pinotti

 

 ***   ***   ***

SECONDA LETTERA DA LARE

di don Matteo, Elisabetta ed Elisa

OTTOBRE 2013

Abbiamo saputo che il titolo della giornata missionaria mondiale di quest’anno è “sulle strade del mondo”. Forse siamo poco poetici, ma la prima strada che ci è venuta in mente, che è anche quella che ci ha fatto penare e gioire nei mesi scorsi, è il tratto di 200 metri che dalla nostra missione raggiunge la strada asfaltata.

Vogliamo dirvi che il richiamo forte che ci è arrivato in questi primi mesi a Lare è proprio l’invito alla concretezza, la necessità di tradurre in gesti e strutture visibili e comprensibili da tutti, il messaggio che siamo qui a testimoniare. Ad esempio: la missione deve essere un luogo di accoglienza, per le persone del posto e per i visitatori. Ma se per cinque mesi all’anno, a causa degli allagamenti dovuti alle piogge, per raggiungere la missione occorre percorrere a piedi un tratto  di un centinaio di metri ricoperto di acqua fangosa che raggiunge il ginocchio, come si fa a dire che siamo accoglienti? Così, benché fuori programma di tempi e di spese, abbiamo dovuto provvedere a far rialzare la strada di oltre un metro. Adesso le persone a piedi e anche le auto possono raggiungere la nostra missione in modo dignitoso e senza pericolo immediato di infezioni o di ferite ai piedi, come purtroppo era già avvenuto. E’ stato bello anche vedere che le persone della città dapprima si sono stupite e si sono complimentate con noi del lavoro fatto, poi sono andate a reclamare dalle autorità competenti per chiedere che lo stesso tipo di intervento di risanamento venga fatto anche in altri tratti delle vie cittadine. Prima nessuno ci pensava; con il nostro intervento concreto abbiamo forse attivato una coscienza pubblica che qui è ancora agli inizi.

Ci proponiamo nelle prossime settimane di accogliere i ragazzi all’ostello… ma in che condizioni sono le strutture?  Purtroppo molte di esse in questi anni non hanno ricevuto la necessaria manutenzione, così a causa del clima caldo e umido, del terreno argilloso ma instabile, delle colonie di pipistrelli nelle soffittature, non si presentano in condizioni dignitose. Come possiamo educare i ragazzi al rispetto degli ambienti e all’igiene, se non offriamo un ambiente in condizioni accettabili?  Così stiamo dedicando queste settimane alla risistemazione degli spazi che poi potremo utilizzare per le attività educative dell’ostello e anche per gli incontri di catechesi parrocchiale: il salone parrocchiale dovrà essere usato almeno temporaneamente anche come sala studio dell’ostello, perché l’apposito edificio è in gravi condizioni di instabilità strutturale ma per il momento non possiamo intervenire. Per non parlare della cucina, del magazzino del cibo e delle capanne in cui dovranno dormire i ragazzi; non si fa in tempo a finire un intervento che se ne vedono altri due.

La gente ci osserva fare questi lavori, collabora in modo pratico per quanto può, poi ci chiede: e la nostra chiesa? Quando sarà possibile fare qualcosa? Hanno ragione anche loro: ogni mattina un’ora prima della messa un gruppo di volontari deve ritrovarsi in chiesa per dare aria, ripulire dal guano dei pipistrelli e rimettere in posizione tutto l’arredo. Anche lì ci sarebbe bisogno urgente di risistemazione, per educare alla dignità del luogo della preghiera… ma quando sarà possibile?

Insomma, questo tempo per noi è ancora di preparazione all’inizio delle attività educative vere e proprie. Intanto ci sta già insegnando molto riguardo la concretezza con cui devono misurarsi tutti i nostri progetti e programmi, altrimenti rischiano di perdersi in belle idee astratte.

La vita delle persone è fatta di cose concrete e spesso anche complicate; al di là dei momenti emotivi di entusiasmo dei canti o delle feste, nei cuori si celano dei drammi per noi inimmaginabili. L’ultimo esempio: domenica scorsa, dopo che abbiamo letto il Vangelo del Padre Misericordioso, uno degli anziani di riferimento della nostra chiesa (insieme a sua moglie è l’unico di tutta la comunità ad aver celebrato il matrimonio sacramentale, ma di questo parleremo un’altra volta) ha chiesto alla comunità di pregare per lui perché possa continuare a resistere alle pressioni dei suoi parenti che vorrebbero coinvolgerlo in una vendetta famigliare (uccidere qualcuno, per intenderci). La cosa più toccante è il sapere che il clan rivale è quello a cui appartiene circa la metà dei fedeli che erano presenti in chiesa. Quali sentimenti e quali lacerazioni vivono nel loro cuore queste persone, in apparenza tranquille e serene? Qui essere cristiani significa davvero dover scegliere Cristo ogni giorno e scontrarsi con famiglia, tradizioni, usanze indiscusse da secoli. Qui accogliere e perdonare il fratello che ha sbagliato è una scelta molto concreta, una persona che ha un nome e un volto precisi. E’ questione di vita o di morte, non c’è spazio per discorsi astratti.

Quello che per ora noi possiamo fare in positivo, insieme alla preghiera, per condividere e dare speranza, è il gioire con loro di cose semplici: una strada rifatta, un salone ritinteggiato,  una giornata in più passata senza cercare vendetta, una staccionata riparata lavorando tutti insieme.

Noi siamo arrivati a questo punto e questo vi proponiamo di partecipare, anche sostenendoci materialmente. Il prossimo mese vi potremo raccontare l’inizio delle attività.

La comunità mantovana di Lare don Matteo, Elisabetta ed Elisa

***

Cari amici,

rispondendo all’invito del Vescovo e del Centro Missionario, ecco una lettera con alcune notizie dalla missione di Lare. Essendo la prima, abbiamo messo soprattutto delle informazioni di carattere generale. Nelle prossime prenderemo in considerazione qualche aspetto più specifico.

Buona lettura

La comunità mantovana di Lare

Prima LETTERA DALLA MISSIONE DI LARE – ETIOPIA.   Settembre 2013

Parte Prima – Una Etiopia o tante “Etiopie”?
Sembra strano. Alla classica domanda: “Come è l’Etiopia?”, i visitatori di un paio di settimane o di qualche mese hanno tante cose da raccontare con sicurezza. Chi invece ci vive o ci è vissuto, inizia a fare delle distinzioni in apparenza ovvie ma rivelatrici: “La zona dove io vivo… Nella regione che io conosco… Per quella piccola parte che ho visitato…”. Veramente, più si sta in Etiopia e più ci si rende conto di conoscerne solo alcuni aspetti. Molti la identificano con l’altopiano del Nord, con la religione copta o con la cultura “Habesha”. Ma ci sono tante “etiopie”, e chi ne conosce una può trovarsi da perfetto estraneo allontanandosi anche solo di qualche centinaio di km. Se poi ci si sposta di 1000 km da Gighessa e si raggiunge la regione di  Gambella, al confine con il Sud Sudan, davvero sembra di essere in un altro paese.  Ci viene a volte da dire “Ma qui siamo davvero in Africa!” perché l’ambiente che qui abbiamo incontrato corrisponde di più, rispetto a quello a cui eravamo abituati, a tanti racconti dei missionari che operano in altri paesi del continente. Qualche esempio:

AMBIENTE GEOGRAFICO E CLIMA. Siamo a poche decine di metri sul livello del mare, in zona tropicale e lontanissimo dal mare. C’è una grande diversità tra la stagione secca e quella delle piogge. Nella stagione secca, da novembre a maggio, la temperatura può raggiungere punte di quasi 50° centigradi, l’erba alta della savana  viene bruciata per lasciare il posto a quella nuova che servirà per i pascoli o alle sporadiche coltivazioni di mais. Da giugno/luglio inizia la stagione delle piogge torrenziali, le temperature si abbassano attorno ai 30° e la malaria endemica raggiunge il picco massimo di diffusione. Ci troviamo ai margini della foresta e quindi serpenti e a varie specie di fauna locale ci fanno visite abbastanza frequenti.

LA POPOLAZIONE LOCALE. L’etnia Nuer è una minoranza in Etiopia, ma nel vicino Sud Sudan è la più importante insieme ai Dinka per numero di persone e peso politico. La lingua è del ceppo nilotico, con strutture e suoni completamente diversi dall’Amarico, che è di ceppo semitico. La pelle è molto scura, la statura media elevata e la struttura fisica minuta e longilinea. Sono ancora parzialmente seminomadi, perché molti si spostano vicino al fiume nella stagione secca. Hanno capanne semplici ma pulite e ben curate all’interno.

LA GUERRA DI INDIPENDENZA DEL SUD SUDAN. Il Sud Sudan ha combattuto una sanguinosa guerra di oltre 20 anni con il Nord arabo per raggiungere l’indipendenza due anni fa. La popolazione Nuer, di fiera tradizione guerriera, era in prima fila tra i guerriglieri. Non c’è famiglia di Lare, il paese in cui si trova la nostra missione, che non abbia da ricordare qualche giovane caduto per l’indipendenza del paese che molti qui considerano la loro vera patria. Tuttora si avvertono gli strascichi della guerra, con la povertà economica, la mancanza di infrastrutture e di educazione, il persistere di scontri tribali, le frequenti migrazioni di rifugiati. Con i periodici spostamenti della popolazione in entrambe le direzioni (Etiopia-SudSudan), la storia della nostra missione continua ancora oggi ad intrecciarsi con quella di quel martoriato paese.

INFRASTRUTTURE, SERVIZI E COMUNICAZIONI. Benché abbia l’altisonante titolo di capoluogo di Provincia e di Zona, Lare era fino a qualche anno fa solo un villaggio all’incrocio delle due strade che portano verso il Sudan (via terra o via fiume). Ci troviamo a 80 km dalla città di Gambella e a 15 dal confine con il Sud Sudan (per chi vuole cercarci su qualche mappa, le coordinate della missione sono: Lat. N 08°19’58.30”; Long. E 033°57’37.59”). Negli ultimi anni con la realizzazione della strada asfaltata sta avendo un rapido aumento di popolazione e ancor più lo avrà con la prossima realizzazione della linea elettrica. Il dispensario governativo lascia a desiderare come igiene ma svolge un buon servizio di diagnosi e cura della malaria. Per malattie o incidenti seri occorre fare riferimento ad Addis Abeba, sperando di trovare posto sull’aereo da Gambella o affrontando 2 giorni di auto.

LA RELIGIONE. Nonostante le forti pressioni del governo Sudanese che ha cercato di islamizzare il Sud del paese, le etnie nilotiche non hanno mai accettato di convertirsi. Nonostante la difficoltà a trovare chi desse una formazione religiosa, alcune fasce più istruite si sono mantenute in qualche modo fedeli a quel “primo annuncio” cristiano che risale a qualche generazione fa (luterani e anglicani, soprattutto) ma che poi non è stato coltivato. Queste chiese hanno comunque dato una immagine positiva, non polemica, della chiesa cattolica; ancora adesso a Lare abbiamo un rapporto di cordiale rispetto con la maggior parte dei gruppi protestanti che sono presenti. Oggi la maggior parte della popolazione Nuer non ha una precisa appartenenza religiosa ed è spesso in balia di magie e riti tradizionali fondati sulla paura e sulla ignoranza. E’ un campo molto vasto che attende l’annuncio del Vangelo; sta a noi trovare piano piano la strada per superare le barriere culturali.

Parte Seconda – La Missione Cattolica di Lare

“Ah! IL paese degli insetti ronzanti
che si trova al di là dei fiumi di Kush,
il quale invia ambasciatori per mare
in canotti di papiro sulle acque:
Andate messaggeri veloci,
verso un popolo alto e abbronzato,
verso un popolo temuto adesso e sempre,
un popolo potente e vittorioso,
il cui paese è solcato da fiumi” Isaia 18, 1-2

Le parole del profeta Isaia, che la tradizione riferisce al popolo Nuer, riassume in poche parole l’ambiente geografico e umano in cui ci troviamo. Per loro siamo qui come messaggeri della speranza di Cristo. Ma in che modo? Ci inseriamo in una realtà missionaria già iniziata da una decina di anni da missionari colombiani e kenioti.

La particolare collocazione geografica ha fin dall’inizio caratterizzato la missione di Lare come un luogo di collegamento tra Etiopia e Sudan. I lunghi anni di guerra e di instabilità hanno reso quasi impossibile per la maggior parte dei ragazzi proseguire gli studi oltre la 5^ o la 6^ classe. Per questo è stato costruito qui nella missione cattolica una struttura residenziale per offrire a studenti delle classi superiori un sostegno materiale, scolastico ed educativo, pur senza far perdere loro la propria identità e cultura. E’ costituita da 15 capanne circolari (in ognuna possono dormire fino a 3 o 4 ragazzi) costruite secondo lo stile tradizionale, ma rese più confortevoli dal pavimento in muratura. Ci sono poi la cucina, i servizi, il punto di rifornimento dell’acqua e una sala studio attrezzata con i libri di riferimento necessari. E’ aperto a ragazzi e ragazze Nuer, di qualsiasi religione, provenienti dalla regione circostante, ma anche profughi del Sudan ospitati nei campi rifugiati. La scuola pubblica è in città a Lare; la struttura del nostro ostello viene incontro ai giovani nelle difficoltà legate ai bisogni della vita quotidiana (avere un alloggio stabile vicino alla scuola, pasti regolari, sicurezza garantita) e anche al cammino educativo (imparare un metodo di studio, supplire alle lacune degli insegnanti della scuola pubblica, difendersi dalle mille distrazioni e tentazioni della città, aver cura e rispetto di se stessi e degli altri…). Sarà questa la nostra attività sociale più significativa: ogni anno questi studenti, selezionati tra qualche centinaio di domande, si affidano al progetto del “Catholic Hostel” per essere aiutati. Già si vedono i frutti di questi 10 anni: molti ragazzi e ragazze usciti dal nostro Ostello hanno completato il college o l’università e adesso hanno incarichi di responsabilità in uffici pubblici o sono infermiere nei dispensari governativi. Tutti loro conservano un ricordo di gratitudine verso la Chiesa Cattolica per l’aiuto ricevuto.

Al di fuori dell’ostello, la missione ha poche strutture, realizzate oltre 10 anni fa e bisognose di una sostanziosa manutenzione: la chiesa e un salone per riunioni, oltre alla casa parrocchiale che abbiamo subito dovuto ritinteggiare e risistemare un po’ appena arrivati.

L’etnia Nuer a cui ci rivolgiamo, a differenza di altre, è di carattere cauto e riservato: non si lanciano in facili entusiasmi e il numero dei cristiani è ancora limitato a circa 200 persone. Dà però speranza vedere che i membri della comunità sono di diverse età e livelli culturali e hanno quasi tutti una forte passione e interesse per la parola di Dio.

Sono presenti piccole comunità stabili di cattolici in due villaggi dei dintorni; altre sono ancora in fase di formazione; altri villaggi hanno richiesto una presenza della chiesa cattolica ma ancora non è stato possibile, con le forze disponibili, prenderli in considerazione.

Questo è il nostro primo “messaggio” da Lare, certamente lascia in voi ancora tante domande e prospettive aperte; vi confessiamo che  anche noi in questo tempo stiamo vivendo lo stesso stato d’animo di ricerca, ascolto e anche trepidazione.

Vi chiediamo il ricordo e il sostegno anche nella preghiera e ci impegniamo a mandare qualche aggiornamento al più presto, entro l’inizio del mese missionario. Intanto grazie per tutto quello che già state facendo. Qui è il capodanno etiopico e in Italia si svolge la Settimana della Chiesa Mantovana; lo Spirito Santo guidi tutti noi a costruire il Suo Regno.

La comunità mantovana di Lare: Don Matteo, Elisabetta, Elisa.

 

Annunci

Una risposta a Missione di Lare (Etiopia)

  1. Anonimo ha detto:

    Questa lettera è stata mandata da don Matteo Pinotti, sacerdote originario di Villa Poma, e dalle due ‘fidei donum’ – missionarie laiche Elisabetta Manerba ed Elisa Magalini, che dal mese di Giugno si trovano nella parrocchia-missione di Lare, Vicariato Apostolico (Diocesi) di Gambela, ad ovest dell’Etiopia vicino al confine col Sudan. Dopo aver consegnato la missione di Gighessa al Vicariato Apostolico di Meki, il Vescovo di Mantova ha condiviso ed incoraggiato il desiderio dei missionari mantovani don Matteo, Elisabetta ed Elisa di iniziare una nuova esperienza in un posto nuovo e difficile, dove poter condividere la povertà e le fatiche della gente in modo ancora più profondo e poter testimoniare Gesù Cristo a persone che, a causa dei continui conflitti di confine e di etnie, del clima troppo caldo e malarico, della distanza da ospedali e città importanti, conducono una vita molto dura.
    Mi auguro che il loro coraggio, la loro fede e testimonianza possano essere per tutti noi uno stimolo a diventare maggiormente coraggiosi, coerenti ed impegnati a testimoniare la nostra fede qui a Villa Poma.
    Don Gianfranco

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...