Ascolto della Parola

Il primo comandamento che Dio ha dato al suo popolo Israele è il seguente: “Ascolta Israele!” Da questo si deduce che la nostra fede è una fede di ascolto e non di cose da vedere, tanto è vero che i richiami nella Bibbia, riguardanti l’ascolto, sono oltre 1200. Se si volessero riportare tutti i brani che richiamano questo, ci sarebbero da riempirne quaderni e quaderni.

Gesù, nel corso della sua vita ci ha dimostrato di essere il principale ascoltatore di Dio, suo Padre, e di mettere sempre in pratica i suoi voleri.

Va detto con forza che questo comando non è solamente per i sacerdoti, i teologi e per gli addetti ai lavori, ma per tutti i battezzati, indistintamente, in quanto essi hanno la responsabilità di conoscere sempre più in profondità Gesù, per condurre una vita il più possibile rassomigliante e conforme alla sua.

Ecco che il nostro “Gruppo”, attivo da circa trent’anni, si riunisce settimanalmente per cercare di vivere questo invito di Dio, facendo cammini sia nell’ambito dell’Antico Testamento che del Nuovo Testamento.

Il gruppo è aperto a tutti coloro che desiderano conoscere sempre più il Signore Gesù, il quale si è fatto uomo per raccontarci, con il suo stile di vita e con le sue parole, Dio suo e nostro amabile Padre.

In un momento storico tanto complesso e difficile, è bello trovare un’ora per fermarsi nel silenzio, nella riflessione e nella serenità, per ascoltare Gesù, il nostro unico Signore, che ci parla.

***

Incontro del 30 Maggio 2017

Povertà e ricchezza. Luca 16,19-31

L’incontro con il lebbroso. Marco 1,40-45

A conclusione dell’itinerario, ci soffermiamo sui due testi biblici sopra citati che riguardano i poveri e i malati.

La parabola del ricco epulone è significativa: tratta del caso di un povero e di un ricco davanti al giudizio finale. E’ un racconto che contiene un grande insegnamento su che cosa ci serve per essere degni di camminare sulle tracce di Gesù.

L’ambientazione è quella del mondo giudaico, un mondo molto distante da noi, in cui donne, poveri e peccatori sono da inserirsi tra coloro che non vedevano riconosciuta una piena dignità, erano vittime di oppressione e soprusi e conoscevano la condizione di essere nel bisogno.

Il protagonista è un uomo ricco, vestito di porpora e bisso, che banchetta ogni giorno ostentando con arroganza il suo potere. E’ un uomo anonimo che mangia e beve lautamente senza condividere.

Non è condannata la sua ricchezza, ma la sua “non condivisione”. Di fronte a lui c’è invece un povero, Lazzaro , il cui nome significa “Dio viene in aiuto”, il quale non è considerato, non viene visto , si accorgono di lui solo i cani. Il ricco è cieco , non riconosce il povero che gli sta vicino.

Parlando del ricco epulone Papa Francesco dice: “In realtà il testo non dice che quel ricco era cattivo, forse era un uomo cattolico, a modo suo, si recava al tempio, elargiva grosse offerte. Quando usciva di casa, probabilmente usava una macchina dai vetri oscurati per non vedere fuori. Sicuramente gli occhi della sua anima erano oscurati. Così il ricco vedeva solo la sua vita e non si accorgeva di ciò che accadeva vicino a lui, non vedeva Lazzaro. Questo ricco era ammalato di mondanità e la mondanità trasforma i cuori, fa vivere in modo artificiale, falso. La mondanità anestetizza l’anima impedendo di vedere la realtà. I mondani sono soli con il loro egoismo”.

Non è che sia bene la povertà e male la ricchezza, ma nella vita è bene che noi ci accorgiamo e abbiamo consapevolezza di scoprirci per primi noi bisognosi di aiuto, nelle nostre povertà esistenziali e creaturali che ognuno di noi ha. L’uomo nel benessere non capisce e solo passando attraverso le prove della vita impara a riconoscere la realtà che lo circonda, passando attraverso povertà, malattie e anche attraverso il peccato. Il peccato è male, ma è l’occasione in cui noi possiamo misurare la misericordia di Dio su di noi, il Dio liberatore che guarisce, che aiuta, che fa misericordia, il Dio che ha conosciuto Lazzaro.

Nella parabola, la situazione in vita cede il posto a quella della morte. Lazzaro è stato portato nel grembo di Abramo, perché giusto. Il ricco epulone, condannato agli inferi, vede Lazzaro e supplica Abramo di mandarlo a recargli sollievo. In questa immagine apocalittica Abramo gli fa rilevare di aver avuto in vita i suoi beni, mentre Lazzaro ha avuto i suoi mali. Dopo la morte c’è il mutamento delle sorti: il ricco che non ha condiviso con il povero, non condivide neanche con Dio.

Se noi non facciamo comunione con i fratelli e le sorelle che incontriamo, non possiamo un giorno far comunione con Lui: quello che noi saremo, la nostra condizione, la decidiamo qui ogni giorno.

Il cuore del cristianesimo è la comunione, la coinonia con gli uomini e con Dio; la Scrittura e il Vangelo ci indicano la strada da percorrere.

Passiamo ora all’altro brano: l’incontro di Gesù con un malato ( Mc1,40-45).

Si tratta della guarigione di un lebbroso che, oltre ad essere un malato nel fisico, è anche un malato nella sua vita di credente perché, al tempo di Gesù, i lebbrosi erano ritenuti persone che avevano gravemente peccato. Quando si riscontrava la lebbra, uno doveva allontanarsi dalla città , ricoprirsi di vesti stracciate e vivere in luoghi isolati. Questo lebbroso di cui parla Marco, pur essendo cosciente della propria situazione, ha fede in Gesù e gli chiede di guarirlo.

Gesù prova per lui compassione viscerale, lo tocca, non sta a distanza, scandalizzando tutti, pur sapendo di contrarre impurità e di andare contro la Legge.

Il gesto di Gesù viene accompagnato dalla Parola e avviene la guarigione.

Il volere del Signore è la salute, la guarigione, non è la malattia.

L’essere toccati quando si è nella malattia, è un’azione che risveglia la speranza anche in quelle persone che la speranza possono averla ormai persa. Fare una carezza ad un malato è trasmettergli di non essere abbandonato e di essere importante.

Gesù lo ha fatto perché ciò che conta   è raggiungere l’altro, dargli un segno d’amore e di speranza. Gesù ha guarito il lebbroso e gli ha detto: “La tua fede ti ha salvato”.

La fede va risvegliata come Gesù ha fatto.

Il nostro incontro con i poveri, malati, prigionieri, stranieri è finalizzato a risvegliare in loro la speranza, cercando soprattutto il contatto perché siamo fatti di carne e spirito e l’amore deve avere come veicolo tutto ciò che noi siamo.

Il povero, il malato, il misero, vanno assolutamente incontrati così.

( Rielaborazione e sintesi delle riflessioni di Padre Enzo Bianchi)

Incontro del 23 Maggio 2017

Gesù incontra il povero nel malato

Un’altra figura eminente di poveri è quella dei malati.

Il nostro Dio vede, ascolta, conosce, si prende cura, lotta contro il male, agisce in favore degli uomini e interviene nella storia ( Esodo), perché ci ama.

Nel cristianesimo si è sviluppata una meditazione altissima il cui testimone è un grande Padre della chiesa, Origene, il quale afferma che il nostro Salvatore è disceso sulla terra a causa della compassione che Dio aveva per l’umanità. Lui ha sofferto le nostre sofferenze prima ancora di soffrire la croce e di assumere la nostra carne. Questo viene affermato anche da Paolo nella sua lettera ai Filippesi cap. 2, dove dice che il Cristo prima ha sofferto, poi è disceso incarnandosi e si è manifestato.

Qual è questa passione che Dio ha sofferto per noi?

La passione dell’amore.

Dio ha sofferto occupandosi delle nostre vicende umane e ha preso  su di sé le nostre sofferenze , nel Figlio. Per amore Lui si è mosso nel Figlio che ha assunto la nostra condizione umana.

Il nostro Dio non è il Dio dei filosofi, distante, lontano, ma è vicino a noi, è sempre il Dio di un qualche uomo che ci ha preceduto: il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe , il Dio di Gesù Cristo che ce lo ha raccontato e possiamo dire di Dio solo ciò che ci ha rivelato Gesù il quale è entrato nella vita degli uomini vivendola con piena umanità, con le sue debolezze, sofferenze e mortalità .

In Gesù Dio non solo ha combattuto e ottenuto la vittoria sul peccato, ma ha condiviso con noi la condizione dell’uomo vittima; Gesù si è svuotato delle sue prerogative divine per assumere la nostra condizione ( Filippesi).

I vangeli non ci parlano di un Gesù malato, ma di un Gesù povero che ha vissuto la passione, una sofferenza fisica tra le più dolorose, e l’ha vissuta per intero.

I vangeli ci testimoniano il rapporto tra Gesù e i malati.

Matteo vede in Gesù la realizzazione delle profezie di Isaia riguardo al servo sofferente ( Isaia 53,4).

Dice Matteo (8,16-17) : “ Venuta la sera, portavano a Gesù molti indemoniati ed egli scacciava gli spiriti con la parola e guariva i malati, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Egli ha preso su di sé le nostre malattie, si è caricato delle nostre infermità ”.

Questo è uno dei tratti fondamentali della vita di Gesù. Le sue giornate erano scandite dall’annuncio della parola del regno di Dio e poi dal prendersi cura di uomini e donne malati. Gesù curava tutti, accoglieva tutti, imponeva le mani e pregava per loro. Gesù curava i malati a prezzo di un indebolimento personale, guariva prendendo su di sé il fardello della sofferenza degli uomini.

In Sacrosantum Concilium 5, Gesù viene definito medico corporale e spirituale, a lui interessava che tutta la persona, corpo, psiche e vita spirituale entrassero nella salvezza.

Farsi vicino all’uomo, mettersi al servizio degli altri, essere un uomo per gli altri, sanando le ferite che la vita aveva impresso nelle persone, era per Gesù verità profonda.

Gesù ci insegna che curare è incontrare, entrare in relazione con l’altro e preoccuparsi in primo luogo di che cosa l’altro ha bisogno. Infatti Gesù avvicinava e si accostava alle persone con la compassione, entrando in un rapporto autenticamente etico e umano.

Gesù sfata la concezione ebraica per cui dietro la malattia c’è il peccato, il castigo; ci libera da questa visione teologica e ci mostra un Dio misericordioso che ci ama nonostante il nostro stato di peccatori.

Gesù non afferma che la sofferenza avvicina a Dio, non nutre atteggiamenti doloristici ; vuole farci capire che non la malattia, ma l’amore salva.

La sofferenza appartiene alla fragilità umana e non ci viene chiesto di offrire a Dio la nostra sofferenza, ma piuttosto di chiedere a Dio di mantenere l’amore nella sofferenza, cioè di accettare di essere amati e di continuare ad amare anche quando si soffre, di chiedere la forza di rimanere saldi nell’amore .

Gesù non predica la rassegnazione, ma la speranza. Le sue guarigioni, le sue cure, sono profezie del Regno, dove le nostre lacrime saranno asciugate, dove non vi sarà più né morte, né lamento, né dolore.

Gesù viveva la com-passione, era completamente coinvolto, anche emotivamente nella sofferenza.

Pativa lo scandalo del dolore e la collera che provava verso il male era dovuta alla situazione di ingiustizia che colpiva il malato. Gesù di fronte al male entrava nella sofferenza e mostrava il Dio compassionevole e misericordioso. Nell’incontro con una persona malata egli attuava una relazione di ascolto e di dialogo, cercando di destare una fede fiduciosa.

( Sintesi delle riflessioni di Padre Enzo Bianchi)

Incontro del 16 Maggio 2017

IL MESSAGGIO DI GESU’ PER I POVERI

In precedenza abbiamo cercato di accostarci al grande mistero dell’incarnazione, come mistero della povertà umile che Dio ha messo in atto per fare comunione con noi.

In merito a ciò, noi mettiamo quasi sempre in evidenza soprattutto il tema della salvezza, ma è importante considerare prima di tutto la categoria di comunione che il Signore ha voluto avere con noi.

Non è stato semplicemente strumentale il fatto che Dio abbia assunto la nostra carne, la nostra povertà; lo ha fatto perché la salvezza sia il fine.

Quale allora il messaggio di Gesù per i poveri?

Teniamo presenti nelle Scritture, i Salmi e i Vangeli di Matteo e Luca ( le Beatitudini e il Magnificat), dove si dice “Beati i poveri…” , “Beati i poveri in spirito…”, “Beato l’uomo che discerne il povero….”

Gesù aveva proprio la qualità di discernere i poveri come primi destinatari della buona notizia del Vangelo. E’ soprattutto Luca che ricorda più frequentemente le parole e le azioni di Gesù verso di loro.

Nella predicazione di Gesù c’è il Regno di Dio veniente; ma attenzione il Regno di Dio viene ed è già qui, per coloro che gli permettono di regnare. Il Regno di Dio non è un’entità politica, ma è un’adesione a Dio che vuol regnare su di noi, dipende da noi farlo regnare, rifiutando il regno di altri.

Il Magnificat canta questa venuta del Regno di Dio che porta ai poveri la gioia messianica, la gioia della salvezza che si ottiene , come ha detto per primo il Battista, attraverso la conversione del cuore e della mente. Questa conversione deve manifestarsi concretamente con gesti di condivisione e di giustizia verso i poveri. Gesù è venuto per i poveri e per i peccatori che sono nella stessa condizione.

Il dramma è che molti di noi non si sentono né poveri né peccatori, dimenticando che la povertà antropologica , spirituale e il peccato, fanno parte della nostra condizione umana; si tratta solo di riconoscerlo e di sentirsi bisognosi d’aiuto.

Gesù non promette ai poveri di diventare ricchi, garantisce però che le loro sofferenze avranno un termine e che per loro è più facile desiderare e accogliere il Signore quando verrà nel suo Regno di pace e di giustizia. Di conseguenza Gesù rivolge ai ricchi l’invito ad osservare i comandamenti verso il prossimo, perché tutto si decide nel rapporto con gli altri.

Si tratta di mettersi in solidarietà con i poveri, attuando una dinamica di condivisione.

Ricordiamo a questo proposito le parole di Paolo nella seconda lettera ai Corinzi: “Come Cristo che da ricco si è fatto povero, vi chiedo di condividere, non per impoverirvi…” ( appello per la colletta).

Gesù chiede una dinamica di conversione e di condivisione.

(Sintesi dalle riflessioni di Padre Enzo Bianchi)

Incontro del 09 Maggio 2017

GESU’ E LA POVERTA’.     IL MISTERO DELL’INCARNAZIONE

Dopo aver considerato le condizioni di povertà antropologica e materiale, resta da mettere in evidenza la povertà interiore, spirituale che è condizione assolutamente necessaria per comprendere il vero significato di povertà.

Si tratta della povertà che proviene dall’ascolto dei profeti e che si nutre della rinuncia all’accumulo dei beni, alla ricchezza, al potere, al successo. Si vuole avere solo Gesù come Signore da seguire, da amare e da servire negli altri. E’ una povertà animata e sostenuta dallo spirito Santo che permette un pieno affidamento a Dio. Le persone che si affidano completamente a Dio, in Matteo, vengono definite “povere nello Spirito”. Nel Nuovo Testamento il termine “povero” viene usato in quest’ultima accezione che indica un abbassamento come umiltà spirituale. Le persone povere in spirito hanno la capacità di stare lontane dal successo, dal denaro, dai beni materiali. Luca indica la Vergine Maria quale “serva del Signore” e anche Gesù viene considerato tale; egli è il povero per eccellenza tanto che lui stesso si definisce “mite e umile di cuore”. E’ in Gesù povero che lo scandalo della povertà diventa rivelazione e beatitudine. Tutte le beatitudini prendono origine dalla parola povero: “Beati i perseguitati, i piangenti, i miti….”

La povertà , come viene intesa nel secondo millennio, non è la povertà evangelica vissuta da Gesù e non ha niente a che fare con la miseria.

Cosa si può dire della povertà di Gesù?

Gesù non apparteneva alla classe sociale più povera della società palestinese, non era un misero e neppure un indigente. Si sa poco della sua giovinezza, ma sappiamo che non ha frequentato le scuole rabbiniche e non ha conseguito alcun titolo. E’ stato riconosciuto Rabbi e Profeta, da uomini e donne, per la sua autorevolezza che gli derivava dalla coerenza tra quello che diceva, faceva e viveva. Gesù ha vissuto come discepolo del Battista, in povertà ascetica. Non si sa se avesse una casa, ma si sa che la sua vita era semplice e sobria, che aveva come sostentamento la pesca fatta dai discepoli; avevano una cassa comune nella quale affluivano anche i doni delle donne discepole che avevano lasciato le loro case per seguire Gesù.

Gesù dunque non era un benestante, non era ricco, ma non era certamente indigente.

La prima vera povertà di Gesù consiste nell’aver rotto con la sua famiglia e nel non aver riconosciuto nella famiglia il limite ultimo del proprio sistema di valori: i suoi famigliari non avevano il primato.

Gesù arriva a dire: “ Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me”. C’è una povertà come non possibilità di aiuto e di solidarietà da parte della famiglia. Secondo il vangelo di Luca, in quella condizione di povero Gesù è morto, dopo un processo ingiusto in cui nessuno lo ha difeso e in cui falsi testimoni hanno detto cose che lui non aveva mai detto.

Questa forma di povertà i vangeli la descrivono come condizione assunta da Gesù quale forma essenziale al suo ministero, all’adempimento della sua vocazione di inviato da Dio.

E’ importante a questo proposito fare riferimento al racconto delle tre tentazioni , quella erotica del cibo, quella del possesso e quella del dominio in cui incontriamo un Gesù che, pur essendo distaccato dai beni terreni, non è mai vissuto nella miseria, bensì secondo una povertà di postura, una sobrietà improntata alla condivisione che corrisponde alla vera povertà cristiana.

Paolo, nella seconda lettera ai Corinzi dice : “Gesù da ricco che era si è fatto povero per voi”. Ciò significa che il Figlio dalla sua condizione di Dio, ha assunto la condizione di uomo, abbassandosi e svuotandosi fino alla condizione di schiavo che è l’unico degno di finire in croce, perché era una “cosa”, non era un uomo.. Paolo ribadisce questo all’interno di un inno nella sua lettera ai Filippesi e chiede ai cristiani di vivere secondo gli stessi atteggiamenti e comportamenti di Gesù. Cristo divenendo uomo, ha messo da parte le sue prerogative divine, vi ha rinunciato per vivere totalmente da uomo, fino a morire in croce.

Per far comunione con noi, Gesù si è abbassato assumendo la condizione di servo e lo ha dimostrato apertamente durante la lavanda dei piedi.

Noi cristiani possiamo vivere una povertà antropologica e materiale, ma è nostro compito, per metterci alla sequela di Cristo, assumere sempre più una povertà interiore e spirituale. Anche sen non riesciremo mai a rinunciare completamente , come ha fatto Gesù, alle tre tentazioni, sarebbe sufficiente acconsentire che ricchezza , successo e bramosia , diventino qualcosa che non ci schiavizzi, che non ci tocchi.

Non possiamo ritenerci veri cristiani se non tentiamo costantemente di conformarci a Lui e vivere secondo la sua povertà.

( Sintesi della relazione di Padre Enzo Bianchi)

Incontro del 2 Maggio 2017

Il povero nelle correnti religiose giudaiche al tempo di Gesù

La povertà come condizione antropologica

La povertà di Gesù è il centro di tutto il nostro itinerario. Tutti i discorsi fatti finora sui poveri nell’Antico Testamento acquistano luminosità allorquando si riferiscono al mistero dell’incarnazione di Gesù, che da ricco che era si è fatto povero, alla sua persona, al suo vissuto e al suo messaggio.

I testi del Nuovo Testamento, risalgono al IV e V secolo, quando il popolo ebraico viene a contatto con la cultura greca e si opera la trasposizione dall’ebraico al greco per esigenze di confronto e per superare l’isolamento in cui lo stesso popolo ebraico viveva. Nelle traduzioni dall’ebraico al greco, pur utilizzando termini diversi , non c’è un vero e proprio mutamento sul significato di povertà e ricchezza. La differenza si nota se consideriamo i testi tradotti dall’ebraico e quelli tradotti dal greco. Quelli tradotti dal greco hanno carattere cristologico che non compare in quelli tradotti dall’ebraico. La povertà, con il passare del tempo e dei mutamenti politici, si idealizza sempre più, diventando una condizione religiosa, teologica di attesa di Dio, di aspirazione al giorno in cui il Signore verrà , alla fine dei tempi a fare il giudizio e ad instaurare la giustizia e la pace. Nascono numerose correnti spirituali, apocalittiche, legalistiche e sacerdotali. Sono in genere movimenti di piccoli gruppi monastici che pensano che l’avvento del regno di Dio sia prossimo e , in questa attesa aspettano il Messia.

Per il discorso della povertà e per l’eventuale ricaduta all’interno della vita della chiesa, è importante far riferimento a quanto dicono Giuseppe Flavio e Filone i quali relativamente ai giudei, dicono che disprezzavano le ricchezze,     avevano

un’ ammirevole vita comunitaria improntata ad una serena frugalità . Tutto ciò che ricavavano dal loro lavoro, era sempre per il bene comune.

Gesù è cresciuto in questo mondo prima di compiere il suo ministero e c’è

stata una grande ricaduta di questo mondo spirituale nel cristianesimo. E’ un mondo nel quale c’è una forte attenzione alla povertà come condivisione di beni, “coinonia”: avere tutto in comune. La povertà non è miseria, è una dimensione spirituale profonda che investe tutta la vita del credente. I gruppi, i movimenti, le comunità, vivono questo tipo di spiritualità.

Anche i personaggi biblici che compaiono nel vangelo di Luca, prima della venuta di Gesù ( Magnificat , cantico dei poveri per eccellenza), sono dei poveri. Dio nella storia continua a stare dalla parte dei poveri.

Al tempo di Gesù la comprensione della povertà è molto elaborata e si può esprimere in due categorie: la povertà antropologica e la povertà come condizione materiale. La povertà antropologica è quella che per noi oggi è la più evidente, è quella della fragilità, di cui la manifestazione che si impone è la morte. La morte incute paura e rende la nostra condizione alienata. L’accumulo delle ricchezze, la ricerca delle forti emozioni, la droga, la sessualità sfrenata, sono tutte manifestazioni dovute alla paura della morte alla quale si vuole sfuggire. La venuta di Cristo ci ha liberati da questa paura per condividere la morte stessa. Imparare ad accettare la povertà come condizione antropologica , deve far parte della vita di un cristiano.

La povertà materiale è quella che si misura sul piano economico, sociale, culturale. Si riconoscono bene i poveri solo quando li si incontra nella prossimità, nell’incrociarsi dei volti, occhio contro occhio, mano nella mano.. Se non li incontriamo direttamente, i poveri non li conosciamo. Occorre conoscerli carne contro carne. Gesù stesso tocca il lebbroso, contravvenendo alle regole di purità ebraiche. I poveri li dobbiamo andare a trovare, stare con loro, avere con loro un rapporto diretto. Ognuno di noi ha una povertà, ma se vogliamo incontrare il povero, dobbiamo incontrarlo attraverso la prossimità, l’ascolto e il prendersi cura.

(Sintesi delle riflessioni di Enzo Bianchi)

Incontro del 27 Aprile 2017

Il povero nel codice dell’alleanza. Lo straniero nella Bibbia

I testi legislativi veterotestamentari che riguardano i poveri, appartengono ad epoche e a tempi diversi e differenti. La prima raccolta di leggi è quella che troviamo al cap. 20 di Esodo, relativa alle dieci parole a cui si aggiunge il codice dell’alleanza ai cap. 22 e23 che contiene le leggi riferite al popolo di Israele, ancora nomade. Questa raccolta di leggi ha come principio assoluto il primato della vita, nel senso che Israele doveva imparare che la vita ha un valore grande, assoluto e che va rispettata e salvaguardata sempre: il rispetto della vita deve essere alla base del vivere sociale di un popolo.

Queste leggi cercano di ordinare la vita sociale identificando i poveri nelle figure degli schiavi e delle vedove. In particolare le vedove e gli orfani venivano legislativamente protetti affinché non cadessero sotto gli abusi di prepotenti e malvagi.

Un’altra figura di povero era lo straniero verso il quale sono elencate diverse disposizioni che riguardano soprattutto i raccolti, il lavoro, i prestiti, il salario e l’esercizio della giustizia. All’interno del codice dell’alleanza si parla in particolare delle vedove, degli orfani e degli stranieri che devono poter sopravvivere avendo libero accesso ai raccolti, nel rispetto della pratica della solidarietà. Nella società israelitica non doveva esserci nessun bisognoso e lo straniero era visto e trattato in modo positivo in considerazione del fatto che nel territorio di Israele l’immigrazione c’è sempre stata . Lo straniero faceva parte integrante del popolo che ha percepito se stesso come straniero in quanto la sua storia comincia da Abramo, padre degli israeliti che viene definito “arameo errante”( Dt. 26,5).

Il popolo che Dio ha scelto, ha come primo chiamato uno che si è fatto straniero, che è uscito dalla sua patria ed è diventato uno straniero amico degli stranieri. Dio sceglie un uomo straniero e pellegrino perché la sua benedizione arrivi a tutti.

In Es. 23,9 si dice: “Tu conosci la vita, il respiro dello straniero, perché sei stato straniero”. Israele, poiché ha sperimentato in prima persona la situazione di straniero, deve nutrire verso gli stranieri un atteggiamento di comprensione, rispetto e accoglienza.

Questo viene chiesto anche a noi da Gesù, in ottemperanza al codice dell’alleanza e alla sua esperienza di straniero in terra d’Egitto.

Il fondamento di ciò è il memoriale della storia passata che porta a stilare una sola legge, un solo diritto per tutti, residenti e stranieri. In Dt, 24,17 si recita: “ Maledetto chi lede il diritto dello straniero, dell’orfano e della vedova”. Chi lede i diritti dell’immigrato si pone fuori dall’alleanza con Dio.

Tutta la legislazione veterotestamentaria relativa allo straniero si sintetizza nel comandamento “ Amerai lo straniero come te stesso”( Lv. 19,34   Dt. 10,19).

Anche nel Nuovo Testamento gli stranieri godono di uno sguardo positivo da parte di Gesù che ci propone l’esempio del samaritano e finisce per affermare che c’è più fede negli stranieri che non in Israele. Per questo Gesù stesso si ritiene straniero fra i suoi e gli stessi cristiani ameranno definirsi stranieri e pellegrini.

Ricordiamo a questo proposito la lettera a Diogneto che indica la chiesa come sempre straniera e pellegrinante verso il Regno in ogni terra.

Perché possa realizzarsi una piena e completa comunione con Dio, occorre vi sia una condizione di stranierità che non è solo condizione sociale ed economica , ma anche teologica e spirituale.

(sintesi riflessioni di Enzo Bianchi, monaco di Bose)

Incontro del 28 Febbraio 2017

2.   POVERTÀ  e  GIUSTIZIA

Con il passaggio dalla vita nomade a quella stanziale e con lo sviluppo delle città, il popolo di Israele vive in uno stato di crisi. I rapporti sociali prima caratterizzati da forme di vita fraterna, improntata sulla solidarietà e proprietà quasi comuni, vanno via via deteriorandosi tanto da definire le città stesse fondate da Caino. Attorno alle città in genere nascono delle bidonville, abitate dai poveri che venivano sfruttati dai grandi e ricchi proprietari. Nasce così il giudizio negativo della Bibbia sulle città e la fede di Israele viene fortemente scossa. I profeti messianici reagiscono di fronte a questo ordine ingiusto che vede il popolo di Dio oppresso e nasce il bisogno dell’invettiva che si manifesta con la dinamica dell’avvertimento, dell’ammonizione, del “Guai a voi!” e del conseguente annuncio di un castigo per chi non si converte. La beatitudine è garantita a chi sceglie il bene, mentre per chi sceglie il male ci sarà solitudine e isolamento. Non è il castigo di Dio che verrà a sanzionare il comportamento, ma saranno le scelte che si mostreranno mortifere o apportatrici di vita. I profeti ammoniscono e annunciano i castighi come frutto dell’operare umano. Giustizia e ingiustizia, ricchezza e povertà vengono assimilate. Il povero diventa il giusto e i ricchi diventano gli ingiusti Alla base delle invettive profetiche c’è la fede che Dio stesso si è assunto la protezione dei poveri, che Dio ama i poveri. Ai poveri che amano e sono amati da Dio viene promessa la giustizia e soprattutto la venuta del Messia della stirpe di Davide. La messianicità nasce come speranza per i poveri che diventano piano piano una categoria che si allarga fino a comprendere i sofferenti, gli ammalati gli handicappati, considerati gli scarti della società e a tutti loro viene promessa la liberazione. Il comportamento verso i poveri e verso i bisognosi non viene considerato una forma di etica da seguire, ma è strettamente legato alla fede e alla conoscenza di Dio. Alle soglie del Nuovo Testamento si ha questo passaggio da Dio che difende i poveri a Dio che ha caro, ama i poveri. La conoscenza di Dio si esplica nel riconoscimento del povero e nel fare a lui giustizia. I poveri sono i primi destinatari della Parola, della buona notizia portata da Gesù.

( sintesi e riflessioni da relazione di Enzo Bianchi)

Incontro del 31 gennaio 2017

Inizia con questo incontro un nuovo cammino che vede in questo titolo la possibilità di approfondire, sia attraverso l’Antico che Nuovo Testamento , il tema della povertà e della ricchezza.

1.  LA CATTEDRA DEI POVERI

Parlare di povertà all’interno delle Scritture, mette alquanto in difficoltà perché questa situazione è lontana dal nostro vivere quotidiano.

Il filo conduttore delle riflessioni di tutto l’itinerario è il manifesto programmatico che Gesù ha pronunciato nella sinagoga di Nazaret: “ La buona notizia è annunciata ai poveri”.

La povertà non è qui considerata una condizione morale, ma è una qualità cristologica secondo cui i poveri non solo devono essere destinatari della nostra attenzione, ma sono per noi fonte di insegnamento, perché dal loro ascolto possiamo imparare, come ci suggerisce anche Papa Francesco.

Nello scorrere le Scritture, non ci soffermeremo solo sulla povertà economica, ma anche sul malato, sul sofferente, sul bisognoso di cure, rilevando come “ Dio sceglie i poveri”.

Poniamo l’attenzione al cap. 4 di Genesi. Questa è la prima pagina della Bibbia dove c’è il rapporto tra Dio e i poveri; è la pagina in cui il povero è ucciso. E’ la storia di Caino e Abele, che noi consideriamo come il primo omicidio da parte di uno forte sul più debole, ci mostra Dio che gradisce i sacrifici di Abele perché in quei sacrifici vede la debolezza, la povertà. Successivamente Dio guarda alla realtà di Israele, popolo di immigrati, di poveri, di schiavi, di oppressi. Dio vede, ascolta, conosce e scende per essere accanto al suo popolo, per liberarlo dall’oppressione e riscattarlo.

Negli interventi divini veterotestamentari, non è prevista la malattia che era vissuta come punizione data da Dio per colpe commesse.

La comprensione della malattia è prettamente cristiana, mentre la povertà già allora era imputabile agli uomini, al sopruso, all’oppressione e alla ricchezza di alcuni che non condividevano.

Di conseguenza viene stipulata una specifica legislazione a favore del povero, dell’orfano e della vedova, ma non c’era nei confronti del malato.

In Esodo cap. 3,7-8, Dio si presenta a Mosè come colui che ascolta l’uomo, lo vede, lo conosce. E’ una conoscenza partecipativa: Dio partecipa alle sofferenze del suo popolo e scende per essergli accanto. L’esodo diventa liberazione, riscatto, alleanza.

Paolo teologizza: “Dio ha scelto ciò che nel mondo è disprezzato, ignobile e povero”. Dio sceglie per amore, sceglie perché ama. La misericordia di Dio è una misericordia all’infinito che trova conferma nel detto di Giovanni “Dio è Amore”

( sintesi delle riflessioni di Enzo Bianchi- Corso di spiritualità- Monastero di Bose)

*

***

Incontro del 24 Gennaio 2017

La misericordia di Dio narrata da Gesù

Giovanni 8,1-11

Il testo narra l’incontro di Gesù con la donna adultera e con quanti vorrebbero condannarla. Ha come centro il tema della misericordia che costituisce uno dei tratti che aveva Gesù nell’incontrare le persone delle quali portava nel suo cuore le miserie, per donare il perdono attraverso la sua misericordia preveniente.

Già nei testi dell’Antico Testamento vi è un forte richiamo al tema della misericordia di Dio, dove si dice espressamente: “Il Signore, Dio misericordioso e compassionevole, lento all’ira e grande nell’amore e nella fedeltà”. E ancora nel salmo 103 si prega “Il Signore è misericordioso, compassionevole lento all’ira e grande nell’amore”. Questo per dire che l’essenza di Dio è la misericordia, anche se alcuni profeti lo presentano come un Dio geloso e vendicatore.

Per quanto riguarda invece il Nuovo Testamento, Gesù ci dice che quello stesso Dio è veramente misericordioso e lo afferma nelle beatitudini, nelle parabole della misericordia ( Lc 15), dove il perdono e la stessa misericordia precedono ogni conversione. Gesù tuttavia non parla di misericordia, ma si comporta in modo misericordioso, ponendosi come esempio.

Il testo Giovanni 8,1-11 , oggetto della nostra riflessione, parla di una donna sorpresa in adulterio che gli scribi e i farisei conducono davanti a Gesù per metterlo alla prova, per farlo inciampare, per metterlo in cattiva luce.

Gesù però riesce a trasformare questo tranello in un incontro umanizzante, in un incontro di vita.

Ricordiamo che la Torà prevede la pena di morte per la donna e per l’uomo adulteri. La Torà afferma che l’adulterio è un attentato all’alleanza con Dio .

L’ intenzione di questi uomini religiosi, che se ne infischiano della verità teologica, è quella di far cadere Gesù e vogliono far perire un essere umano.

Se Gesù non condanna la donna e non approva l’esecuzione che ne consegue, può essere accusato di non obbedire alla legge di Dio.

Gesù è solo davanti alla donna, si inchina e scrive per terra, quella terra di cui è fatto l’uomo e la donna e ci indica che la Legge non va scritta su pietra, non sui libri, ma nella nostra carne.

Gesù si rialza (abbassamento e innalzamento sulla croce Fil. 2,6-11) e afferma: “ Chi di voi è senza peccato getti per primo la pietra contro di lei”.

La Torà dice che il testimone deve essere il primo a lapidare il colpevole e deve essere lui per primo senza peccato.

Il problema è il peccato e lì, solo Gesù era senza peccato, solo lui poteva scagliare una pietra, ma non lo fa. La sua affermazione- domanda che non contraddice la Legge, conferma la sua prassi di misericordia e appare efficace. Gesù con le sue parole impedisce a quegli uomini di fare violenza e rimette al centro la misericordia di Dio senza contraddire la sua volontà.

Queste parole sono rivolte a ciascuno di noi ogni volta che siamo pronti a giudicare il peccato degli altri. Gesù ha evangelizzato Dio, rendendolo definitivamente buona notizia e affermando che di fronte al peccatore, alla peccatrice, ha un solo sentimento: il perdono. Non condanna, non castiga, ma desidera che si converta e viva. Gesù sceglie la misericordia senza mettersi contro la Legge, perché distingue il peccato dal peccatore. La Legge è essenziale quale istanza per rivelare il peccato, ma una volta infranta la legge, di fronte al peccatore deve regnare la misericordia.

Chi sa riconoscersi peccatore, può sperimentare, come l’adultera, che la misericordia narrata da Gesù rende possibile ogni giorno un nuovo inizio. E’ Gesù che alla fine di questo brano dice: “Va e da ora in poi non più peccare”.

( sintesi e rielaborazione delle riflessioni di Ludwig Monti)

*

Incontro del 18 Gennaio 2017

LUCA 24,13-35

L’incontro di Gesù , oggetto della nostra riflessione, è un incontro particolare, perché è un incontro non con Gesù uomo, ma con Gesù risorto.

Con il termine “risorto non s’intende un corpo, un cadavere rianimato, ma un corpo trasfigurato, spirituale, pneumaticon; trasfigurato dalla potenza dello Spirito Santo. In questo corpo spirituale ci sono i segni di quello che Lui ha sofferto.

Gesù ha dato la vita per noi, ha sofferto la passione e questo resterà per sempre: sofferenza e amore sono eterni.

Tutto ciò che riguarda Gesù, fino alla sua morte in croce, è provato dai fatti storici. Dalla sua morte in poi, tutto è affidato alla “fede” tra cui i racconti delle apparizioni alle donne e ai discepoli che vengono presentate in diversi modi nei vangeli.

Veniamo all’incontro con Gesù risorto, narrato in Luca 24,13-35.

I due uomini che sconsolati, lasciata Gerusalemme , vanno ad Emmaus, non fanno parte del gruppo dei dodici, ma di un gruppo più ampio. Parlano del “transito” di Gesù, della sua morte e, mentre discutono, Gesù si accosta a loro, ma i loro occhi sono incapaci di riconoscerlo: è un viandante.

Dopo aver sentito la cronaca degli avvenimenti di Gerusalemme, Gesù parla, ricorda e spiega ciò che le Sacre Scritture hanno detto a proposito della risurrezione del giusto, cominciando da Mosè e i profeti. Gesù viene invitato a rimanere con loro e si manifesta nello spezzare del pane. Ecco il riconoscimento e la scomparsa.

Ciò che è avvenuto ai due, può avvenire anche per noi, oggi, adesso. Gesù viene là dove noi siamo, si mette al nostro fianco, cammina con noi, ci interpella e ci vuole ascoltare.

L’incontro con Gesù si fa proprio in questo modo: lo si incontra nella Parola e nell’Eucaristia.

Se noi vogliamo incontrare Gesù, dobbiamo “spezzare” le Scritture, ascoltare Mosè ed Elia, la Legge e i profeti. Dobbiamo ricordarci le sue parole, leggere i vangeli e celebrare lo spezzare del Pane.

Parola, Ascolto ed Eucaristia sono i luoghi essenziali dell’incontro con Gesù, che necessitano del supporto della Fede.

(sintesi e rielaborazione delle riflessioni di Enzo Bianchi)

*

Incontro del 10 gennaio 2017

“Gesù incontra i due malfattori crocifissi con Lui”

Luca cap. 23,32-43

 Gesù continua ad incontrare persone fino alla croce: si fa prossimo a chi lo circonda, a chi è accanto a Lui. Gesù mette in atto un rovesciamento e pone la domanda: “Di chi io mi faccio prossimo?”. Gesù si fa prossimo all’umanità ferita, facendo tutto ciò che è in suo potere per curarla e riportarla alla vita e si fa prossimo fino alla fine.

Come Gesù si relaziona con i malfattori sulla croce, ci viene raccontato da Luca 23,32-43.

Venivano condotti insieme con lui anche due malfattori per essere giustiziati.

Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva :”Padre perdonali , perché non sanno quello che fanno”.

Dopo essersi divise le sue vesti, le tirarono a sorte.

Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: “ Ha salvato gli altri, salvi se stesso se è il Cristo di Dio, il suo eletto” Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: “ Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso”. C’era anche una scritta sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei.

Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!”. Ma L’altro lo rimproverava: “ Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente , perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male”. E aggiunse: “ Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Gli rispose: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso”.

 Leggendo il testo, ci si rende conto che, nello spazio cristiano, il perdono precede la conversione; non è la conversione che causa il perdono, ma il contrario. Questo è successo con il secondo malfattore ed anche con Zaccheo che si è sentito perdonato non appena Gesù si è autoinvitato a casa sua. Il perdono va accolto con amore perché proviene dall’amore di Dio che ci ama nonostante tutto. Il perdono precede la conversione. “Oggi sarai con me in paradiso” è un invito ad aspirare con tutte le nostre forze alla conversione, convinti che il Signore dà sempre più di quanto gli chiediamo. Questo malfattore che chiede a Gesù di ricordarsi di lui alla fine, quando fosse giunto nel suo regno, ottiene “oggi”, subito, quanto richiesto perché lo stare con Cristo è già essere nel suo regno.

La capacità di Gesù di incontrare le persone fino alla fine, dà un significato positivo al male che subisce: fino alla fine c’è la possibilità di fare qualcosa del male ricevuto. Gesù reagisce donando il perdono ed entrando in dialogo con uno dei due malfattori che si è lasciato avvicinare da lui. Da ciò si comprende che le reazioni possono essere diverse: il primo malfattore reagisce insultando Gesù, il secondo invece è pronto a fare qualsiasi cosa pur di entrare in dialogo con lui. Fino alla fine c’è la possibilità di incontrare, negli eventi della vita, il Cristo. Quest’uomo è il primo ad essere con Gesù nel regno.

Le parole di Gesù “Oggi sarai con me in paradiso” sono una promessa riservata a tutta l’umanità, perché tutti siamo peccatori. Dipende da noi accogliere o rifiutare queste parole di Gesù: accettare di lasciarci evangelizzare da Cristo che regni dalla croce, oppure rifiutare la salvezza.

In ogni caso la croce ci dice il suo amore fino alla fine, amore che spetta a noi accogliere; spetta a noi imparare a regnare con lui nelle nostre fatiche quotidiane. Se si accetta questo si vive già qui e oggi nel regno.

( Sintesi e rielaborazione dalle riflessioni di Ludwig Monti)

*

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...